NOTE DI REGIA
Da principio, ero titubante. Come si racconta qualcosa di così doloroso, così immenso, e tra l’altro di così unico, vista la caratura dei personaggi coinvolti e l’eco che ha avuto nel cuore di tutti e di tutte?
Poi ho letto il libro di Gino Cecchettin e ho trovato la chiave. Anzi, per essere specifici, l’ho vista.
Io racconto per immagini, quindi per me è fondamentale, quando leggo qualcosa, che si formi un’immagine di quello che devo poi rappresentare. Ho capito che mi avrebbe portato Gino, per mano, in quel territorio sconosciuto. Per le vie della pianura veneta di novembre. Come Dante nella selva oscura in cui si ritrova d’improvviso. Perché una tragedia così colpisce senza preavviso, non si può essere preparati, eppure, quando arriva, tocca viverla, non c’è scampo.
Nel suo libro ho capito che tutto ruota intorno all’assenza. La fisica delle particelle ci insegna che l’assenza testimonia l’esistenza. Quindi Giulia non c’è eppure è sempre presente. Tutto si muove intorno a lei, tutto cambia, tutto si rivoluziona. Giulia, con i suoi bellissimi disegni, gioiosi, potenti, pieni di umorismo, di personalità, di ironia. Un piglio verso la vita, fatto di colori, di energia. Giulia è memoria e sensazione. Da molti anni mi occupo di memoria emotiva. La esploro, la studio, sperimento. Quando ho parlato con Gino, poi con Elena, entrambi hanno fatto riferimento a dei “buchi” dei “vuoti” nel ricordo, dei pezzi che si sono cancellati o sfumati, difficili da mettere a fuoco. Vorrei rappresentare il punto di vista di ognuno dei membri della famiglia e abitarne la memoria emotiva, con i suoi buchi, le sue imperfezioni. La memoria è un fatto vivo, che in quanto tale cambia, è un elemento creativo fondamentale, indispensabile. Ora il caso è noto, ma noi raccontiamo quello che succede dietro le quinte, anzi più precisamente, sotto la pelle, dentro il cuore e l’animo di chi ha vissuto questa assenza, di chi ha lottato per restare lucido di fronte alla realtà incredibile, di chi ha fatto tutto quello che poteva per cercare di rivedere Giulia, di riportarla a casa. Perfino quando l’hanno trovata nel bosco. Perché, viva o morta, Giulia bisognava rivederla, doveva tornare a casa.
Il lutto trasforma le famiglie. Figuriamoci una tragedia come questa. La famiglia Cecchettin è unita, solida. Si stringono, si proteggono, ma non hanno timore di farsi avanti quand’è il momento. Hanno quel modo riservato del nord est di vivere i sentimenti, il dolore, il lutto. Quel tenersi le cose dentro e però alzare la testa e agire. Quel combattere la disperazione con il coraggio di un sorriso. Io lo conosco bene perché mia madre era veneta ed era così. Quando si scende a fondo nel particolare, ecco che si entra nell’universale, si toccano corde che fanno vibrare l’essenza delle cose, i principi fondamentali. Le corde che tocca Elena per prima, dove la responsabilità si dichiara, il femminicidio si rivela per quello che è: un fatto collettivo, un figlio del patriarcato, l’assassino è il nostro bravo ragazzo. Le corde che tocca Gino, un padre che, da uomo, si mette in discussione e si rivolge agli uomini, facendosi carico della loro parte di responsabilità e poi c’è qualcun altro. C’è Davide. Intoccabile grazie alla sua invisibilità di minorenne, coraggioso anche lui e delicato, solare. Davide, un ragazzo, un futuro giovane uomo con il suo modo di vivere l’assenza della sorella, lui che le faceva da modello, lui che era il suo compagno di studi, di giochi, lui che eredita la musica di Giulia.
Quando escono dalla chiesa diecimila persone fanno rumore, con quello che hanno, il tintinnÌo di diecimila chiavi riempie l’aria, perché “per Giulia fate rumore” aveva chiesto Elena.
Ecco, questo film è il nostro modo di fare rumore. Per Giulia. Perché non accada più.
(Paola Randi)