DAL 16 APRILE AL CINEMA
Un film di RÉMI BEZANÇON
Con LAETITIA CASTA, GUILLAUME GALLIENNE, GILLES LELLOUCHE
Distribuzione NOTORIOUS PICTURES

SINOSSI
Il Delitto del 3° Piano racconta la storia di Colette, appassionata di cinema hitchcockiano, e di suo marito François, celebre autore di thriller. Vivono in un elegante palazzo borghese, immersi in una quotidianità raffinata ma logorata dalla routine. Passano le giornate a scrivere, correggere, limare parole… senza più riuscire a parlarsi davvero.
Finché qualcosa cambia. Dalle finestre del loro appartamento iniziano a osservare i nuovi vicini: una coppia inquieta, nervosa, sempre sul punto di esplodere. Quello che nasce come un gioco voyeuristico si trasforma presto in un’ossessione. Una scomparsa improvvisa, un orologio macchiato di sangue, occhiali spia, rumori nel cuore della notte: ogni indizio sembra gridare che qualcosa di terribile sia avvenuto proprio lì, nell’appartamento del 3° piano.
Convinti di trovarsi davanti a un vero delitto, Colette e François si spingono in un’indagine pericolosa, fatta di sospetti incrociati, fantasie noir e paure molto reali. E più si avvicinano alla verità, più il confine tra il thriller che scrivono e la vita che vivono inizia a sfumare.
Il Delitto del 3° Piano è un gioco al massacro raffinato, divertente, elegante e ironico, un omaggio al cinema di Hitchcock che esplora il desiderio, la paranoia e le crepe nascosti dietro ogni porta chiusa.

Trailer "Il Delitto del 3° Piano"

NOTE DI REGIA
Ho sempre avuto voglia di giocare con la porosità tra il reale e la finzione, e con questa idea che la fiction possa influenzare le nostre vite. François è un personaggio ancorato alla realtà, ma con la mente costantemente occupata a creare storie; Colette, invece, vive immersa nell’universo angosciante di Hitchcock, che insegna alla Sorbona, al punto da farvi riferimento anche nei momenti più critici della sua vita. Mi interessava raccontare come questi due mondi possano dialogare tra loro, fino a confondersi. E, in fondo, mi piaceva l’idea che ciò che salva una coppia sia proprio la finzione.
Il Delitto del 3° Piano è nato come un gioco, ma anche come una dichiarazione d’amore al cinema. È un film costruito per strati: un’indagine, una riconquista amorosa, un omaggio ai registi che amo. Ho sempre immaginato i miei film come una sorta di caccia al tesoro, disseminata di riferimenti e di indizi, e anche qui ci sono clins d’œil più o meno evidenti, non solo a Hitchcock ma anche ad altri cineasti e, in modo più discreto, ai miei stessi film.
La difficoltà principale è stata quella di trovare il giusto equilibrio tra i generi. Mi sono sempre sentito a mio agio nella tragicommedia, mi piace disinnescare il dramma attraverso l’umorismo, passare dal caldo al freddo. Ma qui si trattava anche di aggiungere una dimensione di suspense, senza mai cadere nella parodia. Volevo che i generi si contaminassero tra loro, che uno prendesse il relais dell’altro, mantenendo sempre una forma di leggerezza.
Hitchcock è stato ovviamente una fonte di ispirazione centrale, in particolare La finestra sul cortile. Bresson diceva che montare un film significa seguire gli sguardi, e Hitchcock porta questa idea al suo parossismo, scegliendo di non uscire mai dall’appartamento del protagonista. Questo principio del punto di vista mi ha sempre affascinato e ho voluto giocarci a mia volta. Il film è pieno di riferimenti hitchcockiani: alcuni sono evidenti, altri più nascosti. Mi divertiva anche l’idea di deviare certe sequenze iconiche, come quella della doccia, invertendone i ruoli.
Al centro del film c’è però una questione molto semplice: il desiderio. L’indagine è un pretesto, mentre la vera domanda è se Colette e François riusciranno a ritrovarsi. Questa riconquista amorosa è il vero filo rosso del racconto. Se François decide di seguire Colette nella sua indagine rocambolesca, è soprattutto per tornare a essere guardato da lei.
Dal punto di vista della messa in scena, ho voluto costruire due universi distinti. Gli appartamenti, realizzati in studio, riflettono i personaggi: da un lato uno spazio caldo, vivo, attraversato dall’amore per la cultura; dall’altro un ambiente più freddo, rigido, quasi ossessivo.
Anche il teatro, con il suo Hamlet, è stato pensato come uno spazio simbolico, quasi astratto. Con il direttore della fotografia Pierre Cottereau abbiamo lavorato su un’alternanza di tonalità calde e fredde, cercando una forma di contrasto visivo che accompagnasse quello narrativo.
Mi piaceva l’idea di una macchina da presa mobile, viva, capace di portare leggerezza e ritmo. Anche la musica aveva un ruolo fondamentale. Con Laurent Perez del Mar abbiamo cercato di ispirarci alle partiture di Bernard Herrmann senza mai cadere nella citazione o nella parodia, lavorando su una colonna sonora che potesse sostenere tanto il thriller quanto la commedia.
Infine, mi interessava giocare con i codici del cinema di genere senza deriderli. Ho troppo rispetto per questi codici per trasformarli in caricatura. Preferisco usarli come strumenti, lasciarli dialogare tra loro, e vedere cosa succede quando si incontrano. In fondo, questo film è proprio questo: un gioco serio. Un modo per raccontare una storia d’amore attraverso il cinema, e per ricordarci che, a volte, è proprio la finzione a permetterci di tornare al reale. (Rémi Bezançon)