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Zucchero, Black Cat: “Gli spaghetti di Bono? Buoni, un po’ irlandesi” I sogni, il blues, Tarantino, terrorismo, migranti e… l’ex moglie   02-05-2016

Il nuovo album di ZuccheroBlack Cat” è al top su iTunes. Il sound è nato pensando alle piantagioni di cotone americane mentre i temi sono stati influenzati anche dai migranti e dal terrorismo. Adelmo “Sugar” Fornaciari ha presentato il lavoro in onda a Radio Italia con Paola “Funky” Gallo, nel nostro Auditorium gremito di fan.

Il tuo precedente album in studio era “Chocabeck”, pubblicato a novembre 2010. Questi cinque anni ti sono serviti per raggiungere esattamente quello che volevi dal nuovo disco? “In questi cinque anni ho girato molto, ho suonato ovunque con gli amici e la band. Poi c’è stata la parentesi cubana, con “La sesión cubana” del 2012 e il concerto a L’Avana. Il tempo passa e non te ne accorgi. Così nel 2014 ho iniziato a pensare a questo album: mi ero riempito bene di viaggi, colori, sensazioni, profumi e musica, impregnato di Centro e Sud America, dove si suona a ogni angolo di strada. Poi mi sono anche immaginato nelle piantagioni di cotone che si vedono in film come ‘12 anni schiavo’, ‘Il colore viola’ e ‘Django unchained’ di Quentin Tarantino. Il disco è nato con questo background che mi ha ispirato il suono complessivo dell’album, poi ho cominciato a scrivere”.

Da diverse settimane il singolo apripista “Partigiano reggiano” è il brano italiano più trasmesso. È dai brani scritti con maggiore senso di libertà che nascono i tormentoni radiofonici? “Mi è capitato spesso di scriverne senza capirne prima il potenziale. ‘Per colpa di chi’ non volevo nemmeno metterlo nell’album ‘Spirito DiVino’ nel 1995, perché mi sembrava troppo semplice e non pensavo sarebbe diventato un tormentone. Ho buttato lì anche ‘Solo una sana e consapevole libidine…” in 5 minuti sugli accordi e non sapevo che si sarebbe trasformata in un manifesto. Le cose semplici che nascono di getto sono quelle che arrivano di più. In ‘Partigiano reggiano” per me c’è divertimento ma anche tanto contenuto: amo i doppi sensi e sono irriverente, perché ogni tanto mi piace ‘spiacere’, non devo essere per forza il bravo ragazzo che piace a tutti… uh signur! Io diffido dei bravi ragazzi, perché sono quelli che spesso te lo mettono in quel posto. Ci fu un critico famoso che disse: non riesco a capire come Zucchero possa venire da ‘Diavolo in me’ o ‘la libidine’ per poi fare pezzi come ‘Così celeste’ e ‘Hey man’. Se fossi troppo serio mi annoierei con me stesso”.

Nella traccia “Fatti di sogni” di “Black Cat” c’è un verso bellissimo che recita: “Chi vuol volare vola. Solo chi striscia vende la pelle. Noi siamo fatti di stelle”. “Sì, non puoi fermare chi vuol far del male perché lo farebbe in ogni caso. Come dico con Bono in ‘Streets of Surrender’: non sono qui per combatterti, sono qui pieno d’amore e orgoglio; puoi decidere se aggredirmi o camminare insieme a me su queste strade di resa. Dobbiamo continuare a pensare che ci siano speranza e bellezza. Quando non sto bene, vedendo cosa succede nel mondo tra attacchi, terrorismo e l’esodo biblico di migranti ormai incontrollabile, io sogno e immagino che questa gente possa avere un posto dove andare e stare. Come fai a vedere questi bambini che muoiono e queste mamme disperate? Nell’album, infatti, c’è sia la mia parte un po’ guascona ma anche dolore, soprattutto nelle ballate, perché in qualche modo vorrei dare una mano e posso farlo attraverso le canzoni. I sogni non devono mai smettere di esserci. Tanto non mi fanno santo…”.

Le tue collaborazioni con grandi artisti internazionali, come Bono e Mark Knopfler in “Black Cat”, nascono prima da incontri umani? “Sì, con Bono, a casa mia abbiamo fatto la grigliata mentre da lui, in Irlanda, la pasta. Bono è molto ospitale: mi ha offerto gli spaghetti aglio, olio e peperoncino, fatti da lui: erano buoni, un po’ irlandesi… Tutte le volte che ho dovuto passare attraverso case discografiche o manager non è mai andato in porto niente. Ho cercato personalmente i miei duetti, contattando direttamente gli artisti, in modo da far nascere la voglia di fare qualcosa di bello insieme, come è accaduto nei tributi a Freddie Mercury e a Nelson Mandela o come succedeva al Pavarotti & Friends. Riguardo a Bono, ero andato a trovarlo in occasione del live degli U2 a Torino, avevo appuntamento con lui alle 19.30 nel camerino. ‘Ho una grande idea’, mi ha detto, ‘potresti venire sul palco per cantare con noi ‘I still haven't found what I'm looking for’, il brano con cui chiudiamo il concerto. Qui c’è la chitarra con le parole e gli accordi: se vuoi, ci vediamo dopo sul palco’. Quindi invece di guardare lo show, ho preparato la canzone e l’ho fatta. Poi lui mi ha ringraziato e mi ha chiesto: ‘Come posso sdebitarmi?’. Io ho risposto: guarda, casualmente ho qui una canzone… Sono passati due mesi e io non volevo pressarlo. Dopodiché mi ha contattato per dirmi che era a Parigi ed era scioccato dall’attacco al Bataclan. Così il testo cita Parigi all’interno di un discorso universale: ‘qualcuno fa finta di dimenticare una vecchia storia: di uno giovane pieno d’amore, nato in una mangiatoia…’”.

Il pezzo “13 buone ragioni’ dice che preferisci un panino al salame a “una come te”… “Quando stai arrancando, non ce la fai, nessuno ti fila e non vedi l’ora di vivere un amore, in modo che tutto vada bene… no, arriva la tua ex moglie e ti massacra ancora di più. Certe donne sono speciali, come gli uomini, ma non devono essere dipendenti da un'altra persona. ‘Amor calcolato troppo pensato non è amore’, scrive il poeta cubano José Martí. Io, ad esempio, preferirei che una donna al mio fianco fosse più indipendente: le ragazze che subiscono aggressioni sono troppo dipendenti, perché poi non hanno il coraggio di staccarsi e denunciare”.

Ti prepari a un tour internazionale.Dall’Arena di Verona il 16 ottobre parte il tour europeo che finisce a Tel Aviv sotto Natale. Poi c’è la tournée mondiale, con cui suonerò per la prima volta in Giappone”.

“Black Cat” è un album con 13 tracce, molto ricco, che non si preoccupa degli schemi del mercato. “Ci ho lavorato per un anno e tre mesi, scrivendo in varie parti degli Stati Uniti come Nashville e New Orleans, senza pensare a cosa potesse funzionare adesso in radio o in giro. Sono andato ‘libero’ perché a 60 anni posso anche permettermi di… non usare il preservativo!”.

Intanto Eros Ramazzotti ha scelto i fan per il documentario sul "Perfetto World Tour".


02-05-2016 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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